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Shakespeare & Co. & me

In realtà, a Parigi non avrei dovuto neanche andarci.

Quell’estate del 1980 avrei voluto passarla lavorando a Londra con tre compagni d’università; ma il lavoro per tutti non si trovò e fui costretto a rinunciare. Così, insieme con due ragazze con cui frequentavo il corso di storia dell’arte e un mio amico barista che voleva rivedere una ragazza francese conosciuta in campeggio, ci imbarcammo sulla Panda di mia madre per trascorrere una quindicina di giorni nella capitale francese – allora non immaginavo che Parigi sarebbe stata la mia casa per i successivi otto mesi.

Trovato alloggio in un ostello dell’AJF nel Marais, sulla riva destra della Senna, cominciammo a esplorare la città con l’entusiasmo che ci si aspetta da turisti che per la prima volta visitano la Ville Lumière.

Shakespeare and CompanyUna sera, era già buio e stavamo rientrando all’ostello attraverso il quartiere di Saint Michel sulla riva sinistra all’altezza di Notre Dame, ci imbattemmo in un inatteso esercizio: una libreria, stretta fra altri edifici, con una grande vetrata dalla quale emanava una luce calda e accogliente, e fronteggiata sulla strada da due scaffali pieni di paperback usati. Io se vedo una libreria non so resistere, e trascinai i miei compagni della serata all’interno.

Ci rendemmo conto quasi subito che c’era qualcosa di insolito: tanto per cominciare tutti i volumi erano in inglese, e in inglese parlavano commessi e clienti. Ma soprattutto libri e scaffali non erano disposti con la fredda e asettica precisione delle librerie dei grandi Boulevards; gli uni e gli altri, di tutte le forme e dimensioni, avevano un’aria vissuta, come se si trovassero lì da sempre, come se fossero cresciuti insieme, rami e i frutti di un grande albero, dal pavimento anch’esso diseguale. Sulle arcate irregolari degli scaffali erano incise citazioni e versi di poesie: ”Be not Inhospitable to Strangers / Lest they be Angels in Disguise” è un motto che da allora mi accompagna.

george-whitmanAnche il proprietario sembrava essere essere lì da sempre come il suo negozio: un signore anziano, secco, con una barbetta a punta, occhi acuti e l’aria da spiritato. Quando si accorse che una delle mie compagne parlava in italiano, le si rivolse nella nostra lingua chedendole se fosse una principessa e possedesse un palazzo a Venezia; e se sarebbe stata disposta a invitarlo.

Nei mesi successivi avrei imparato a conoscere la Shakespeare & Company e il suo proprietario, George Whitman, la sua compagna Felicity, il cane Baskerville, e alcuni dei Tumbleweeds che frequentavano e alloggiavano nella libreria e nella biblioteca al primo piano, io cui avrei trascorso numerosi pomeriggi. Ma una cosa l’avevo già capita, che quel posto mi chiamava, mi faceva sentire a casa, come se ne avessi sempre fatto parte – e del resto da allora la porto con me.

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